PhBroking, Contemporary photo gallery

ALDO SOLIGNO - Let them show their faces

  • Dates22/11/2014 - 31/12/2014
  • CuratorsGigliola Foschi
  • GalleryModena ( Via Farini, 56, 41121, Modena, Italy )

 

ALDO SOLIGNO Let them show their faces

a cura di Gigliola Foschi

La ricerca di Aldo Soligno Let them show their faces esce dalla logica chiusa e ormai obsoleta dei generi fotografici e sconfina liberamente  tra ritratto, reportage, arte e performance. In sintonia  con le tendenze più contemporanee, egli esplora e interroga le possibilità comunicative ed espressive del linguaggio fotografico senza temere di impegnarsi in nuovi percorsi e sperimentazioni. Operando in questo modo, l’autore porta il fotogiornalismo nella direzione di una fotografia intesa come espressione artistica, e questo non perché egli desideri conquistarsi uno spazio nel sistema dell’arte: tale  operazione gli riesce  perché l’obbiettivo principale del suo lavoro non è estetico, ma etico e politico. L’autore, in questo come in vari suoi lavori precedenti (quali Plunged into Cast Lead , dedicato alla striscia di Gaza, e What Now, USA Election 2012), si chiede cioè come rendere efficace il suo linguaggio affinché una storia drammatica, un’ingiustizia sociale, possano suscitare la dovuta attenzione e soprattutto riescano a interpellarci senza ridurci a spettatori passivi e muti.

Aldo Soligno va in Uganda nella primavera del 2014, subito dopo che il governo di Yoweri Museveni, con l’appoggio delle chiese pentecostali, ha approvato una legge secondo la quale si prevede l’ergastolo per il “reato di omosessualità” e fino a sette anni di detenzione per chi viene accusato di favoreggiamento. Già è iniziata la caccia ai “diversi”, con  licenza di perseguitarli, insultarli, e magari linciarli. Ma Aldo, giustamente, non insegue tali momenti drammatici come farebbe un reporter “in prima linea”. Non gli interessa scattare immagini choc, ma raccontare la vita di queste persone che la legge ha separato dal loro mondo, obbligandole all’isolamento, a chiudersi dentro le loro  case, celandosi alla vista dietro pesanti tende.  Egli si mette politicamente e visivamente dalla loro parte,  e ci mostra tutta la solitudine di una vita immersa  nella paura, nell’ansia di essere denunciati, incarcerati per un semplice sospetto, fatti sparire nel nulla.

Poi scopre che i principali tabloid  del paese hanno sbattuto in prima pagina centinaia di ritratti  di veri o presunti omosessuali sotto al titolo “Impiccateli”.  Se ad Abu Ghraib i torturatori, impegnati a immortalare le loro imprese, umiliavano i detenuti incappucciandoli e riducendoli a corpi martoriati senza volto, qui in Uganda è come se avvenisse il contrario: il ritratto non serve più a dare dignità, ma diviene uno strumento di persecuzione.  Aldo Soligno decide allora di creare una serie di “contro-ritratti” chiedendo agli attivisti ugandesi, mobilitati contro la legge anti-gay, di posare in un set buio con una lampada alle spalle, in modo che il loro volto rimanga in ombra, per evitare il rischio della riconoscibilità e della denuncia.  Così, tali silhouette ci mostrano volti che si offrono e si nascondono al nostro sguardo, che ci interpellano e al contempo spariscono, protetti dall’oscurità e circondati da un’aureola di luce. La forza  di simili immagini consiste nel sovvertire la logica sottesa al ritratto, usandone al contempo le potenzialità:  tali ritratti sono infatti la messa in presenza di una persona che ci guarda e sta di fronte a noi, ma anche la rappresentazione di una dolorosa impossibilità ad apparire con un volto visibile e riconoscibile. Colei o colui  che viene ritratto è infatti costretto  a nascondersi, e tuttavia ci chiede  di poter tornare alla luce. Le sue immagini  sono un forte atto d’accusa contro la politica discriminatoria e illiberale del regime ugandese, ma al contempo   divengono  simbolo o emblema di tutte quelle situazioni politiche e sociali che impediscono alle persone di mostrarsi come esse sono. Non ci parlano infatti solo della tragica situazione  degli omosessuali in Uganda, ma  di tutte quelle condizioni di costrizione più o meno palese che ci spingono a nascondere  “diversità”, paure e sofferenze dietro maschere socialmente “vincenti”.

   A partire da tali considerazioni, e con l’intento  di coinvolgere gli spettatori facendoli uscire da una modalità passiva del vedere, Soligno organizza e propone anche una sorta di performance pubblica: invita infatti i visitatori a farsi fotografare nello stesso modo con cui ha ritratto gli omosessuali ugandesi (ovvero con una luce posteriore che li illumina solo sul retro) e poi ad affiggere le loro immagini  sia nella galleria che in altri ambiti della città, così che esse possano diffondersi ed essere viste come un messaggio politico che ci riguarda da vicino e non solo come opere da ammirare nello spazio protetto dell’arte.  Convinto, a ragione, che vedere non significhi necessariamente capire,   egli  si propone di trasformare  gli spettatori in attori, così da mettere in discussione  la divisione tra noi e gli altri per innescare un processo di identificazione e comprensione. In questo modo i suoi ritratti silenziosi, frontali ed enigmatici, non solo si pongono esteticamente in antitesi rispetto al flusso di informazioni che c’inondano come per sottrarci il tempo  di riflettere, ma divengono un vero e proprio invito al coinvolgimento in prima persona.  Una chiamata in causa che non si limiti solo ad accettare di farsi fotografare come egli ha ritratto gli omosessuali ugandesi, ma  s’impegni a trasformare i visitatori in attivisti,  impegnati a diffondere ovunque tali ritratti come  messaggi di libertà che ci riguardano da vicino.  

 

La ricerca Let them show their faces  è stata selezionata per l’edizione del 2015 del festival Circulations(s) di Parigi e ha vinto il primo premio, per la categoria “Open”, al Pride Photo Award 2014 di Amsterdam. 

 

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